Stoffa cucita, 2022
7 metri per 5,5
Silente 
  mi cerca nei sogni 
  la mia anima d'amante

soffocata
  dai corpi mattati
  Dolce vino di Cesare

Cammina 
  su fili tirati
  il crudo ricordo
Di una pace

oggi

mai esistita 
                                                                                      Mariasole Zanzucchi
Poco lontano da noi, dalla nostra quotidianità, i missili colpiscono le case dei civili, gli ospedali. Tutti gli orrori della guerra tornano in vita. In questo conflitto troppe famiglie, culture, città vengono distrutte. Nonostante la volontà di restare unita, l’Ucraina viene divisa dal sangue, dalla viltà e dall’efferetezza della guerra, nella contemplazione delle due parti della sua bandiera. E dunque, per chi suona la campana? Per me. Per voi. Per chiunque. Si prova a dividere gli uomini, strapparli l’uno dall’altro. Ma, per quanto si tenti, essi rimangono uniti. E lo saranno per sempre. Diversi, come le stoffe che compongono questo arazzo, sono cuciti insime da un vincolo che non può essere spezzato: quello d’esser uomini.
“Nessun uomo è un'isola, completo in se stesso; ogni uomo è una parte del tutto. La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce, perché io sono parte dell’umanità”, J. Donne
Quando un tessuto si strappa, non si modifica un solo volto, ma tutta la composizione. L’arazzo vuol essere questo, una metafora concreta del fatto che, come scrisse John Donne quattrocento anni fa, nessun uomo è un’isola.
                                                                                          Sebastiano Furlotti

TESTO CRITICO DI MARTINA CORGNATI
 Nel 1993 Fabio Mauri costruisce una delle installazioni più suggestive e potenti nell’arte del Novecento, il Muro occidentale o Muro del Pianto. Una parete di valigie, perfettamente allineate da una parte e plasticamente rilevate dall’altra parte, cioè accidentate, disordinate, tormentate. Quelle valigie parlano di Israele ma anche di tutti gli uomini in fuga, compresa quella donna che il 6 marzo 2022 in una strada di Irpin, Ucraina, fuggiva con i suoi figli e con un trolley dotato di ruote, un trolley che resta in evidenza nelle immagini scattate dopo che la donna e i suoi figli, colpiti a morte, vengono ricoperti alla bene e meglio da un lenzuolo. 
L’arte non sa medicare, non può intervenire sul campo, non si siede ai tavoli dei negoziati. Però fa risplendere la coscienza dei fatti, l’indignazione, forse, qualcosa che ha a che fare con il senso morale, con la solidarietà, con l’etica. 
È una luce nera forse, la sua, e una luce che resta al di là delle circostanze e delle prime pagine dei giornali, dei dibattiti e persino delle ideologie. È la forza emozionata ed emozionante del simbolo, dell’evocazione, una scintilla splendente che si oppone al particolarismo di paure e interessi, di opportunismi e stanchezze. 
Il messaggio altissimo, incombente e silenzioso delle opere di Fabio Mauri è ripreso oggi disordinatamente, spontaneamente, in enormi arazzi in cui a parlare ci sono i colori, i loro contrasti, e due profili appena leggibili che si fronteggiano. Sono legati insieme naturalmente perché fanno parte della stessa immagine e non si possono separare senza che l’immagine stessa sia lacerata e distrutta. Tanti anni fa un altro grande artista italiano, Gino de Dominicis, aveva immaginato i profili dell’eroe sumero Gilgamesh di fronte a quello della dea indiana Urvasi e fra i loro volti aveva incastonato un fondo oro, o un paesaggio o l’inizio della storia, la storia dell’umanità nel tempo. De Dominicis voleva sfuggire alla morte; facciamo in modo che anche fra i profili del presente, un presente tetro e minaccioso, si radichi qualcosa nell’ordine della vita
                                                                                          Martina Corgnati 
Vorrei ringraziare infine tutti coloro che hanno collaborato e reso possibile questo progetto, in particolare Vittorio Zanini e lo staff della Galleria Centro Steccata, Mariasole Zanzucchi, i miei famigliari e tutti gli amici che mi hanno aiutato e supportato.